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Leyla Zana, una donna curda nelle carceri turche.

Leyla Zana
Leyla Zana, prigioniera in un carcere turco.
Leyla è nata a Bahce, un villaggio del Kurdistan nella Repubblica Turca.
Oggi quel villaggio non c'è più, è stato distrutto dall'esercito turco e gli abitanti sono rifugiati in qualche parte del mondo o della Turchia. Un villaggio dove il patriarcato era molto forte e la vita delle donne piena di castighi. Leyla il castigo non lo voleva. Fin da bambina le mettevano il velo e lei se lo strappava. A 14 anni il padre le disse: "Adesso vai in sposa a mio cugino". Lei disse: "No, ha venti anni più di me, non lo sposerò mai ". "Tu stai zitta e lo sposi". Leyla fece qualcosa di impensabile in quel villaggio: si lanciò contro il padre per colpirlo, ebbe tutta la famiglia e il villaggio contro e si sposò. Il marito, però, per quanto avesse accettato questa pratica tradizionale non era malvagio e non era neanche, poi, tanto vecchio, aveva 34 anni.
È un uomo colto e sensibile, un sostenitore dei diritti dei popoli, e naturalmente dei curdi. Leyla, come tante ragazze del suo villaggio non sapeva leggere e scrivere. Mhedi, il marito, le disse subito: "se non sai leggere e scrivere non ti potrai difendere, avrai una vita ancora più dura di quanto già non sia per il nostro popolo".
Mehdi e Leyla con i bambini, Rukan (3 anni), Ronay (7) e sua madre. La fotografia è dell' Institut Kurde di Parigi
Andarono a vivere nella storica capitale curda, Amed, sul fiume Tigri, una città dalle antiche mura romane di basalto nero, oggi chiamata Diyarbakir (dopo la fondazione della Repubblica turca i nomi delle città e delle persone vennero "turchizzati"). Leyla, studiava, metteva al mondo un figlio, Ronay e si faceva ogni giorno più attiva per l'affermazione dei diritti delle donne e per i diritti del suo popolo. Il marito nel '77 fu eletto sindaco; Leyla si era intanto diplomata, aveva sostenuto gli esami e rimase di nuovo incinta; nacque una bambina; Ruken. Era il 1980, l'anno del colpo di Stato militare in Turchia. Il marito venne destituito da Sindaco ed arrestato, condannato a 30 anni di carcere (ora, grazie ad una amnistia è libero, l'ho incontrato, insime ai due figli a Bruxelles, cerca di far crescere la campagna per la liberazione di Leyla e per il diritto dei curdi alla libertà e all’identità culturale). Dopo l'arresto di Mehdi, Leyla si trasferiva con i figli di città in città, a seconda delle prigioni in cui il marito veniva portato. Ovunque trovava donne pronte ad accoglierla, ad essere solidali. Divenne la portavoce delle donne che avevano figli, mariti, fratelli in carcere, ma lei era convinta anche della necessità dell'autorganizzazione delle donne per i propri diritti. Divenne direttrice di una rivista che le autorità turche chiusero ma lei continuò a lottare.
Passavano gli anni, migliaia di giovani, durante la dittatura militare in Turchia, si unirono, alla lotta armata, andarono sui monti con il PKK diretti dal Presidente Abdullah Ocalan.
Malgrado la repressione, Leyla continuò a credere nella via democratica e pacifica. Finalmente, la dittatura militare finì (anche su pressioni della Nato e dell'Europa). Nel 1991 si fecero le elezioni, Leyla Zana divenne parlamentare di un Partito, il Dep che non poteva chiamarsi curdo perchè la parola stessa è proibita (i curdi sono chiamati i turchi della montagna), ma composto principalmente dai curdi e da turchi progressisti.
Leyla Zana durante la campagna elettorale a Diyarbakir.
Fotografia Memo Yetkin
Leyla prese una marea di voti: per le donne, ma non solo, era diventata un simbolo di libertà e di forza. In Parlamento si mostrò vestita con i colori della bandiera curda: giallo, verde e rosso. Il suo giuramento lo pronunciò in curdo, lingua proibita in pubblico. Molte e molti curdi piansero quando la udirono. Per questo, per avere affermato il diritto alla sua identità, ora è in carcere, accusata di separatismo, con una condanna a 15 anni, insieme a tanti altri deputati, il partito chiuso, i militanti uccisi, scomparsi, torturati. Le loro madri insieme a tante altre, ogni sabato, ormai da anni, rischiando l'arresto e la repressione, sono nella piazza Galataserray a Istambul, con le foto dei loro cari, con la speranza di ritrovarli. Leyla ha avuto premi da tutto il mondo, persino il premio Sakarov. Ha avuto la cittadinanza onoraria della città di Roma, ma è ancora in carcere, i suoi diritti alienati. Lei oggi è un simbolo, ma i suoi figli, i suo amici non possono vederla, vivere con lei la quotidianità. Molte sono le donne curde che hanno preso forza dal suo esempio, per avere il coraggio di rompere con le tradizioni che le opprimono e per affermare la loro identità di donne e curde. A Istambul ho conosciuto Mizgin, ha lasciato il marito che le era stato imposto ed ora studia e lavora. Suo fratello le è stato di aiuto. Mehmet, suo fratello, è stato mio compagno di viaggio in Kurdistan, mi raccontava di quanto fosse stata importante per lui Leyla Zana e di come il suo esempio lo avesse aiutato ad essere dalla parte della sorella. Adesso Mehmet è in carcere , sua sorella e l'Associazione per i diritti umani cercano di difenderlo. È stato torturato.
Leyla Zana ha ricevuto il premio Sakharov dal Parlamento Europeo nel 1995
Leyla Zana, con tutte le campagne internazionali, non solo continua ad essere in carcere, gli anni di carcere che gli sono stati inflitti sono aumentati, ha subito un altro processo per avere inviato una lettera di solidarietà al Congresso del Partito Hadep, un altro partito curdo che sta per essere messo fuorilegge.
Hevi era venuta da me per parlarmi della campagna per la liberazione di Leyla. Hevi è giovane, bella e dignitosa, Hevi amava cantare. Il 21 marzo, è la festa del nuovo anno per i curdi; il Newroz. Ogni anno, malgrado i divieti, i curdi, lo festeggiano intorno al fuoco ballando e cantando. È in uno dei Newroz, che nel villaggio di Hevi vennero i soldati. Presero tanta gente e lei insieme al padre: li hanno denudati e torturati uno di fronte all'altro. Hevi è stata costretta a fuggire dal suo paese, oggi è qui da noi in Italia . È una rifugiata politica e dice: "Mi sono salvata, ma il mio popolo soffre, abbiamo bisogno e diritto di libertà". Lavora all'ufficio del Fronte di Liberazione del Kurdistan, non ha preso la strada della lotta armata, ma pretende i suoi diritti di donna e di curda.
È tempo di porre fine alla guerra in Turchia, una guerra che ha causato trentamila morti tra curdi, e turchi, tra loro donne i bambini. Più di tremila i villaggi distrutti dall'esercito turco, e più di tre milioni i profughi, e l'esodo continua. Anche in Turchia, così come in Palestina ed in Israele, le donne hanno cominciato ad essere promotrici e costruttrici di pace. Gruppi di donne hanno iniziato a dialogare. L'anno scorso a Istambul, c'eravamo anche noi donne in nero, per l'8 marzo, migliaia di donne curde e turche hanno sfilato insieme, chiedevano diritti per le donne e rispetto dei diritti umani per curdi e turchi e la libertà di Leyla Zana.
Il sequestro di Ocalan, da parte dei servizi segreti turchi, avvenuto grazie al vergognoso e miserevole scarico di responsabilità dei governi europei, del nostro governo e alla responsabilità diretta degli Usa, di Israele e della Grecia, ha accentuato in Turchia la repressione del governo turco nei confronti di chi sostiene il diritto dei curdi alla propria identità e al diritto a vivere in democrazia. Le manifestazioni della madri di Galataserray sono disperse dalla polizia. Ormai migliaia gli arresti. Ma Yildiz da Ankara mi ha chiamata dicendomi che nuovi gruppi di donne si sono formati, rivendicano libertà e liberazione.

Roma marzo 99
LUISA MORGANTINI
Donne in Nero